mar 12 settembre 2017 - ore 11:23

Teatro dei luoghi/Fineterra - DIARIO 2



Due passi avanti, uno indietro, due piantati in terra, due passi d'aria. Ricominciamo un'altra volta. Il piede avanza e si ritrae, batte e sfiora, due volte, dieci volte, batte e sfiora ancora. Sotto i nostri passi, pietra. Qui, nel cortile lastricato del Convitto Palmieri, non una danza quella che accade, ma un testo che ha perso il proprio verbo, passi affioranti dal rito arcaico della poesia, al tempo in cui la voce non era altro dal corpo, le parole dalla carne, e il verso si liberava nello spazio prima di posarsi nella gabbia della tavola scritta. Claudia Castellucci l'artefice di questa malia che ci coinvolge da cinque giorni. Da decenni con la Societas Raffaello Sanzio, di cui cofondatrice, prosegue la sue sperimentazione sulla macchina dei segni. Verso la specie l'esperimento che ha portato a Lecce dalle sale della scuola Mra di Cesena, dove conduce una ricerca permanente insieme ai suoi allievi. Sette tra attori e danzatori si sono candidati ad unirsi a questa ricerca, nel laboratorio tenuto per Teatro dei luoghi/Fineterra, quattro sono stati scelti per partecipare alla performance di questa sera. Due passi avanti, uno indietro, due passi di pietra, uno d'aria. Ricominciamo un'altra volta. Qual il testo originario di questo racconto? Non importa: a parlare sono i nostri stessi corpi. Nel quadrilatero di questo cortile, questo stesso ritmo ha scandito il nostro tempo negli ultimi cinque giorni. Passi e parole, perch il nostro incedere assumesse il suo giusto nutrimento, svincolandosi dal territorio dell'azione. Gesti, i nostri. Azioni che significano: parlano. Raccontano. Il principio un'identit di corpi, un'unica materia magmatica, passi identici che muovono a perdersi nel vortice circolare del nostro movimento. Due passi avanti, due indietro. Una discrepanza sega una crepa nella regola. Due passi avanti, il terzo fermo. Un'altra crepa. La musica composta per questo spettacolo da Stefano Bartolini impone un'evoluzione. Il nostro vortice si volge in direzione centrifuga. Ci svincoliamo dal corpo del gruppo, diventiamo altro, alterit che si muovono secondo un proprio ritmo specifico. Verso la specie: dall'unico ai molti, una galassia di individualit, come esplose da un primordiale Big Bang. il ritmo ad animare il tempo e a metamorfosarlo, facendo s che non ci sia una monotonia metronimica ripeteva in questi giorni Claudia Castellucci, e noi abbiamo assunto su di noi questa metamorfosi che racconta l'evoluzione delle specie, la diversificazione che incede nel mondo come una danza rituale. Questa sera, quando il primo passo ha toccato terra, un lampo ha elettrizzato il cielo, e sembrava un segno in equilibrio tra reale e immaginario partorito da questa stessa storia, liberato dai passi che si rincorrono nello spazio. Gocce d'acqua sui nostri mantelli, sui biglietti degli spettatori seduti davanti a noi, sui taccuini, le giacche, le teste. Il tempo, sospeso nell'atto di una domanda: resisteremo? Continuiamo a battere la nostra danza. Qualcuno ha l'ombrello: lo apre. Qualcun altro si ripara con una stola. Chi ha gli occhiali li mette in tasca. I pi si stringono in s stessi, senza scomporsi. Il cielo elettrico, la pioggia ci bagna e noi, tutti, restiamo. Spettatori e performer, un unico gruppo ostinato. Viene in mente la setta raccontata nell'omonimo libro di Claudia Castellucci: lo spazio collettivo della scuola vocato a una ricerca non pacificata della realt. Dove la coreografia non un orpello, e la pratica teatrale fa tutt'uno con quella filosofica. Due passi avanti, uno indietro. Due gocce d'acqua. Il nostro Big Bang ormai esploso intorno a noi, agganciando chi ci guarda come pianeti tenuti insieme in un unico moto di rivoluzione. Come un cammino condiviso, un corpo pulsante al ritmo di un unico grande cuore. Insieme, eppure individui, unici e molti: verso la specie. Di Giorgia Salicandro


postato da Koreja il mer 16 gennaio 2019 alle 01:35 - Commenti(0)


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