mer 15 novembre 2017 - ore 10:47

Il carosello esistenziale di FRAME



di Beatrice Galluzzo

Di tutto un crogiuolo pulsante di vite che scorrono, continue e inafferrabili, Alessandro Serra decide di coglierne sprazzi, momenti, fermi immagine e imprimerli con intenso realismo in uno spettacolo, “Frame”, appunto, che si prende l’onere di raccontare una storia che si nutre di attimi di struggente fragilità. Serra coglie come ispirazione primaria quella costellazione pittorica, fatta di solitudini e attese, firmata da uno dei più celebri pittori statunitensi del Novecento, Edward Hopper, e ne rende tridimensionali i riferimenti, adattati a una storia che in realtà è un insieme di piccole storie, incasellate e avvicinate l’una all’altra in un carosello esistenziale che si poggia, immobile, all’interno di una scenografia suggestiva fatta di pareti grigie e apparentemente ermetiche.

Al centro, una cornice rettangolare sul buio diviene la finestra da cui passa una luce che si staglia geometrica sulla scena. I personaggi di “Frame” non vengono raccontati, ma piuttosto, colti, ritagliati in un momento non ben definito di un’esistenza che pare, a tutti, tormentata. Ma da cosa? Da chi? Perché gli amanti, sul letto, si muovono in una sorta di danza tumultuosa che non li avvicina mai? Perché la donna in rosso gratta disperatamente la parete con le unghie? Cosa ha scritto in una lettera, lasciata piegata minuziosamente in quattro su un tavolo anonimo, l’uomo colto dalle luci intermittenti in una nudità straziata? Il nucleo essenziale dell’universo di questo spettacolo di Koreja, ricalca perfettamente il senso d’enigma che Edward Hopper imprimeva sulla tela; un senso di sospensione immobile e inspiegata, un punto di domanda che permea la narrazione e che rimane lì, strozzato e singhiozzante, in attesa di una risposta che non verrà data. I protagonisti si muovono in spazi depurati da ogni elemento di familiarità. Non sono appartamenti; forse sono stanze d’albergo. Luoghi che accolgono freddamente ogni personaggio e che sembrano non appartenergli mai. E d’altronde, questa è la linea di confine segnata da Hopper; una linea che scinde, con ancora maggiore vigore, il luogo, impassibile, distante e impersonale, dall’intimità profonda che si srotola all’interno delle pareti.

Persino i corpi sembrano non essere personaggi e si muovono appesi ai fili invisibili di un Terzo, esterno ai fatti: un clown che ne dirige le vicende e che rassetta la scena, godendosi il privilegio, solo a lui concesso, della comprensione totale di un’esistenza che si svolge su due piani: quello sovrastrutturato e palese e l’altro, che sfugge a tutti e attiene ad una dimensione metafisica e celata da un velo. Un sottotono di angoscia sembra scorrere sotterraneo a legare ogni micro-narrazione. Ma un’angoscia, in qualche modo, poetica, estetica, amplificata dalla totale mancanza di parola tra i personaggi. , a simboleggiare, appunto, quell’impossibilità comunicazionale che tormenta le vite afone dei personaggi. “Frame” trae la sua forza da un’attenta ricerca visiva, momenti traboccanti di suggestione e fascino, e rende, con semplicità, emozioni umane complesse e ammantate d’ombra.


postato da Koreja il mer 21 agosto 2019 alle 04:49 - Commenti(0)


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