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immagine di copertina Calcinculo

Calcinculo

Intervista ad Enrico Castellani

Critica
di Ida Barbalinardo

“Calcinculo” di Babilonia Teatri è un concerto-spettacolo sulla contemporaneità e le sue storture, sulla società e la sua confusione. In esso, parole e musica si legano dando vita a un ritratto del nostro tempo che non ha alcun intento moralistico: è una realtà di cui tutti facciamo parte, verso la quale proviamo repulsione, ma anche tanto affetto. Una realtà problematica e, nel contempo, ricca di potenzialità. La tematica è affrontata senza alcuna pretesa di obiettività, senza voler necessariamente prendere le parti di una determinata generazione o schieramento politico. Il pubblico è lasciato libero di sviluppare il proprio punto di vista sull’azione scenica e sulla composizione stessa della scenografia, ma non viene assecondato. Proponendo prospettive non convenzionali, l’obiettivo è infatti mettere in crisi l’altro, suscitare interrogativi, creare dibattito in una società così tanto abituata ad apprendere notizie di ogni tipo, da non sorprendersi più davanti a nulla. L’intervista ad Enrico Castellani, attore, regista, drammaturgo e fondatore di Babilonia Teatri, è un’ulteriore occasione per scoprire la varietà di forme comunicative attraverso le quali il teatro si esprime. 

D: “Calcinculo” si configura come un affresco sulla contemporaneità e sulle sue brutture. La denuncia di una società in decadenza, nella quale domina l’esaltazione dell’apparenza l’aridità del pensiero, la diffidenza verso l’altro, verso il diverso e una dilagante solitudine. Come si è giunti a questo dopo anni in cui si è lottato con passione per il bene comune, per l’uguaglianza e per l’abolizione dei muri e delle discriminazioni? Quando, di preciso, è avvenuto il cortocircuito? 

R: Onestamente credo che le cause di questo stato di cose siano molteplici e che se avessimo chiare le ragioni e le possibili soluzioni, non faremmo questo lavoro. Quello che proviamo a fare con “Calcinculo” e, in generale, con i nostri lavori è dare concretezza a uno dei principali compiti del teatro: raccontare il presente e confrontarsi con esso. Un compito che il teatro si è sempre assunto e che oggi, ogni tanto, tende a rifuggire. Ciò che mettiamo in scena può essere certamente considerato un lavoro di denuncia e di critica, ma è opportuno precisare anche la nostra consapevolezza di essere parte di questo mondo. Tutto quello che critichiamo, infatti, spesso e volentieri ci appartiene e corrisponde a ciò che siamo. Lo spettacolo prova a raccontare il sentimento contraddittorio nei confronti del presente, soprattutto attraverso la rappresentazione del degrado, ma anche riconoscendo alla nostra epoca le sue grandi potenzialità e ciò che di buono offre. Il nostro è, dunque, sì un racconto cinico e duro, ma al contempo non pretende di esprimere giudizi da borghesi illuminati con la verità in mano. Proviamo a fotografare il mondo che abbiamo attorno nella maniera più efficace possibile, ricorrendo a una serie di codici del nostro tempo tra cui gli slang, ma anche la musica pop e indie riempite di contenuti che non sempre quei generi musicali veicolano. Anche in questo caso non c’è volontà di giudicare o di prendere le distanze da una generazione, piuttosto che da un’altra. Sarebbe troppo semplice additare i giovani e i loro punti di riferimento esprimendo punti di vista conservatori che non porterebbero da nessuna parte, se non a non voler comprendere. E’ giusto che ogni epoca si rispecchi in qualcosa di differente. Ovviamente nel procedere non abbiamo alcuna pretesa di obiettività, perchè questo è pur sempre il mondo visto dai nostri occhi. 

D: Da dove proviene l’idea di ambientare il tutto in un Luna Park itinerante? Quali sono le motivazioni alla base di questa scelta? 

R: In realtà lo spettacolo non ha un’ambientazione specifica. In genere scegliamo volutamente di non creare una scena che definisca un luogo, in quanto lo troviamo limitante. Preferiamo utilizzare delle immagini che possano creare dei cortocircuiti, servendoci di oggetti-simbolo capaci di evocare autonomamente un ambiente o più ambienti. Per esempio in scena sono presenti delle bandiere con il leone della Repubblica di Venezia che da noi vengono utilizzate dalla Lega Nord, le trovi su qualsiasi balcone. Queste richiamano un’istituzione, però allo stesso tempo sono sostenute da estintori. O ancora, il seggiolino della giostra sul quale Valeria (n.d.R. Raimondi) si siede per cantare una canzone, che in qualche modo diventa simbolo dello spettacolo. Il titolo stesso, per noi è un po’ un gioco di parole tra la giostra del Luna Park e i calci in culo che abbiamo ricevuto e che vorremmo dare. La messinscena si configura come un qualcosa a metà tra un concerto e uno spettacolo teatrale. Il momento in cui mi dirigo verso il pubblico e inizio a distribuire gettoni per fare i giri sulla giostra “Calcinculo”, a molti ha fatto pensare che l’ambientazione fosse un Luna Park, ad altri, l’essenzialità della scenografia ha fatto pensare ad una sagra di paese. Lo spettatore è lasciato libero nella fruizione dello spettacolo e le interpretazioni, com’è giusto che sia, sono varie. 

D: Ponendo l’attenzione su quelle che sono le dinamiche della società odierna, il vostro lavoro rivela l’intenzione di parlare a una grande porzione di pubblico. E di coinvolgerla. Quanto è importante, per voi, proporre degli spettacoli che esprimano questa apertura? E quanto, il teatro, può davvero influire su una realtà che sembra in parte senza speranza? 

R: Sicuramente il teatro non può influire sui grandi numeri. Quella che noi sentiamo come nostra responsabilità è provare a fare degli spettacoli che non lascino indifferente chi sceglie di venire a vederli. Ci auguriamo che, una volta visto lo spettacolo, chi esce dalla sala abbia voglia di interrogarsi su una serie di questioni che noi abbiamo proposto: in questo senso, il teatro, può avere ancora un ruolo importante. Potrebbe averne uno più incisivo attraverso la costruzione di luoghi – come Koreja – che possano essere vissuti dalla cittadinanza come punto di riferimento, luogo di confronto da vivere, da abitare e non solo come luogo di consumo di spettacoli che, una volta terminati, non lasciano traccia. Sarebbe bello che ciò accadesse e che gli spettacoli, di pari passo, fossero davvero in grado di spingere il pubblico a porsi delle domande, a creare dibattito in un mondo in cui si è così tanto abituati a sentire qualsiasi cosa da non elevare nulla a spunto di riflessione. 

D: Nel registro comunicativo proprio di “Calcinculo” è presente quella che sembra una contraddizione, ma che in realtà non lo è: parlare apoliticamente, mescolando il linguaggio con il vuoto e il senso di aridità e di mediocrità propri dei nostri giorni, per trasmettere un messaggio politico. Quanto, secondo voi, è efficace nella resa dello spettacolo questo “rovesciamento”? E in che maniera reagisce il vostro pubblico a tale sollecitazione? 

R: Credo che non sia importante dare spiegazioni riguardanti la forma teatrale utilizzata: questo è un aspetto che può interessare me, ma non deve coinvolgere chi mi ascolta. Allo spettatore devono arrivare i contenuti trattati. Ritengo che il teatro sia politico, ma che per esserlo non debba necessariamente sostenere il punto di vista di una determinata parte politica. Il nostro spettacolo intende mettere in discussione una serie di pensieri comuni spesso dati per scontati: in questo modo si svolge una sorta di lavoro politico, in quanto il messaggio che si tenta di comunicare è che dovremmo provare a occuparci del nostro tempo, dovremmo alimentare la speranza di un ritorno a un’idea reale di comunità. Tutto questo è profondamente politico, senza essere racchiuso all’interno di una determinata appartenenza. Inoltre, l’utilizzo della canzone in una forma non canonica per uno spettacolo teatrale rispecchia la volontà di rivolgersi anche a persone che non conoscono il linguaggio teatrale, attraverso scelte e codici che possano essere letti su piani diversi. 

D: Dunque, in definitiva, cos’è per te la provocazione dell’arte? 

R: La provocazione dell’arte consiste nell’essere in grado di guardare le cose da un’angolazione differente, di mettere in crisi determinate convinzioni, di non dare per scontato nulla, di riuscire ad essere scomodi non assecondando e non compiacendo lo spettatore. Cercare e utilizzare delle forme e dei linguaggi in grado di scuotere le persone. Anche perchè nell’assecondare non esiste crescita.

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