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immagine di copertina La condanna a morte, la fine del diritto

La condanna a morte, la fine del diritto

Visioni
di Gigi Mangia

In Iran, il governo teocratico, ha condannato a morte la studentessa Najmeh Amini, di 23 anni, solo per aver postato sui social un giudizio di critica al Dio dell’Islam, rivendicando la libertà del suo pensiero. Il potere teocratico, come quello iraniano, non consente critiche, non riconosce la libertà né del pensiero né della religione. Per legge il governo impone la pratica della religione e il rispetto dell’unica fede del Dio islamico. Tale legge viene con forza imposta dall’esercito e dalla polizia morale.
La giovane studentessa Najmeh Amini non ha commesso nessun reato, ha semplicemente postato un suo pensiero libero, personale, contro la religione islamica. È da tempo rinchiusa in un carcere dove è in cella e isolata. La giovane studentessa lotta con tutte le sue forze, resiste e non chiede di essere considerata una eroe, piuttosto vuole essere considerata come una donna libera. La sua lotta invece è quella che pretende di essere riconosciuta nell’avere il diritto della libertà del pensiero e di credere se lo vuole nel suo Dio. Tutte le forme politiche di potere autoritario, ma soprattutto quello teocratico, negano, vietano, e quindi non riconoscono la libertà di pensiero ed impongono con la legge assoluta la fede e la religione. La lotta della giovane Najmeh Amini non è una protesta di costume e neanche di femminismo contro il regime di Teheran, è molto di più. È una lotta infatti che si propone di contestare il regime nelle sue fondamenta, nelle sue radici che nella storia politica dell’Islam ha sempre vietato la libertà e soppresso la persona.
La pena di morte taglia le radici della civiltà, dei principi, dei valori del diritto, porta a un naufragio dei principi civili, morali e sociali dell’uomo. Cancella la storia dell’umanità: è il trionfo del male sul Bene. Questa è la vittoria della pena di morte, il trionfo della paura. È il ritorno alla barbarie con la pena di morte in pubblico come minaccia, attraverso la paura per spaventare l’uomo che lotta per la libertà, rivendica di essere riconosciuto libero, rispettato come persona.
È tutto il mondo della cultura che si deve muovere, deve portare nelle piazze la sua voce, il suo fermo e forte dissenso, perché la giovane ventitreenne Najmeh Amini non deve morire nel silenzio e nell’indifferenza.

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