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Marzo 2021

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immagine di copertina Teatro, io ti prometto di essere sincera

Teatro, io ti prometto di essere sincera

Visioni
di Eleonora Lezzi*

Credo di avere un problema. Quando parlo di teatro sprofondo in un complesso disturbo dissociativo della personalità. Sento di avere personalità multiple che fanno un gran baccano e cercano di parlare senza alzata di mano. Allora oggi proverò a silenziare tutte le altre voci e a far parlare solo l’Eleonora spettatrice, spettatrice abituale, coinvolta ma solo spettatrice.

Questa Eleonora dice che non le manca il teatro. Mi dispiace ma ci ha pensato bene, tanto, e non le manca proprio il teatro.

Perché? Domanda del secolo… perché il teatro troppo spesso la delude. Probabilmente in queste parole c’è il rancore di chi c’ha provato e non è riuscito o, forse, non ci ha provato abbastanza…ma psicologismi a parte, da spettatrice, da pura spettatrice il teatro non le manca perché non la soddisfa, nella maggior parte dei casi non la emoziona e non le piace; riesce a trasmetterle solo come una cronaca asettica messaggi certamente interessanti, ma che non fanno breccia più di quanto possano fare i giornalisti di un tg e questo per lei non è sufficiente. Ciò non vuol dire che non le manca la relazione, il contatto, il confronto ma quell’entrata in sala, quel momento lì seduta sulla poltrona…troppe volte si configura come un momento di…noia. E allora si chiede “è perché sono troppo stupida io o c’è anche qualcosa che non va dall’altra parte?”. Io sarò anche abbastanza stupida ma, in verità, quello che penso realmente è che il teatro è sommerso da una montagna di mediocrità, una proliferazione di tanta, tanta, tanta buona volontà ma poca attitudine (ammetto che nella mia prima stesura la prima parola sgusciata fuori è stato talento).

Sia chiaro, con questo discorso non voglio mettere in discussione il valore sociologico e antropologico del teatro, la sua valenza pedagogica, poi, assolutamente no! Ma non ci posso fare nulla se tutta l’eccitazione che mi pervade all’inizio, quando sto per varcare quella soglia alla fine si trasforma molto spesso in un “mmh carino…andiamo a mangiare?” Non sempre è così, sia chiaro, ma lo è spesso. Troppo spesso. Forse però deve
essere così? Forse sono io che con la mia sensibilità sufficientemente cinica e abbastanza fredda non riesco a farmi coinvolgere? Più vado avanti più mi vengono domande alle quali riesco a dare solo risposte che si contraddicono le une con le altre.

Ma poi andando oltre, se è così importante mi chiedo, perché alla gente non interessa (se non ai soliti pochi).

Di chi è a quel punto il problema, della gente che non è educata ? È un problema di identità? È un problema di ruolo? Di obiettivi, di qualità, di contenuti ? Ancora domande.

Penso poi al fatto che il teatro da secoli si interroga su quale sia la sua identità, il suo ruolo ed è fuori di dubbio che questa sua continua ricerca sia il riflesso nello specchio di quella più profonda che è propria dell’individuo stesso, ma forse bisogna riflettere sul fatto che non tutti hanno la pazienza o la voglia di portare avanti questa ricerca e di farsi determinate e scomode domande. Allo spettatore medio di questa crisi di identità costante non importa. Se chiedo a mia madre di venire a teatro con me, lei mi risponde di no, perché si annoia, perché non lo capisce, perché ha già tanti problemi e ha già tante domande a cui dover cercare risposta, che non ha bisogno di farsene delle altre. Ecco, forse la grande differenza tra il teatro e la religione, tra il silenzio degli spettatori di teatro e la gran voce dei fedeli che, durante questo periodo di pandemia hanno chiesto la riaperture della Chiese, è anche questa; il teatro crea domande, la Chiesa dà risposte e anche piuttosto confortanti.

Comunque, tornando al motivo per il quale alla me spettatrice, a lei personalmente, il teatro non manca è perché semplicemente spesso la lascia indifferente.

Mi viene in mente allora una frase che ho letto di Peter Brook e che dice “la forma teatrale non esiste per permettere a un gruppo di persone di raccontare, di dire, non è una forma di comunicazione attraverso la quale una persona possa spiegare qualcosa a un’altra, un forma in
cui esiste chi emette un messaggio e chi lo riceve (…) Credo che il teatro sia una possibilità data all’uomo di accrescere durante un certo tempo l’intensità delle sue percezioni. È tutto qua ma è enorme.” Ripeto forse è un mio problema di sensibilità, anzi di insensibilità, ma quanti riescono a creare realmente questa condizione? Per me pochi. Il resto è un semplice apprezzare lo sforzo, passare una serata diversa senza troppe emozioni e senza troppe pretese, tanto vale andare ad una conferenza, un incontro per discutere di certi temi piuttosto che di altri. Ed è qui il problema: come posso desiderare qualcosa che non mi genera emozioni e sentimenti, almeno non di solito. Ecco perché per me l’andare a teatro, se escludo tutte le altre motivazioni più legate alla mia personale storia, diventa un’attività accessoria rispetto alla quale possono trovare altri e più facili surrogati.

Quando vado a teatro vorrei ogni volta poter toccare le rughe che si formano attorno alla bocca durante un sorriso o una risata, sentire la tensione sulle tempie e attorno agli occhi mentre penso e rifletto su quello che vedo, vorrei sentire il naso umido perché mi sto commuovendo, stringere tra labbra le lacrime salate e non riuscire più a mettere a fuoco per gli occhi umidi; vorrei vedere il mio corpo che si protende in avanti per ascoltare meglio, che reagisce, che si contrae e si rilassa, si contrae e si rilassa e ancora e ancora. Ecco vorrei che il teatro fosse sempre contrazione e rilassamento. Vorrei che il teatro, anche da spettatrice, fosse un desiderio. Bene, questa è la confessione di una cinica insensibile che ha scelto di fare del teatro la propria ragione di vita, amandolo e odiandolo profondamente.

Ma si sa, le più intense relazioni sono anche quelle più complicate.

Magari domani dirò altro, magari domani dirò il contrario, magari un giorno io e il teatro faremo pace. Certo è che le relazioni più solide si basano sulla sincerità. E allora d’ora in avanti, teatro, io ti prometto di essere sincera.

In foto: Fifty kids di Elliott Erwitt

*ASSENTI, PRESENTI – Progetto di scrittura e drammaturgia partecipata con gli spettatori . Guarda il video https://vimeo.com/521344407

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