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immagine di copertina A proposito di Casalabate

A proposito di Casalabate

Intervista a Nandu Popu

Interviste
di Annarita Risola

Incontriamo Nandu Popu, al secolo Fernando Blasi, ai Cantieri Teatrali Koreja, a Lecce, la sera del 10 Luglio 2021, dopo lo spettacolo “Casalabate 1492”, di cui è autore e nel quale si presenta anche in veste di attore. Il noto cantante dei Sud Sound System ha già al suo attivo un romanzo dal titolo “Salento Fuoco e Fumo”, edito da Laterza nel 2012.

Come nasce l’idea di questo spettacolo?

Lo spettacolo nasce durante la stesura di un libro, che ho iniziato a scrivere qualche anno fa e che è di prossima pubblicazione. Le idee nascono così, spontaneamente e questa mi è venuta in mente mentre ero a Casalabate, in sella alla mia bicicletta, che uso per rilassarmi e per riflettere. Tanti sono i ricordi che mi legano a quel paesino. Mi sono sempre chiesto come mai la piazzetta antistante il cosiddetto “Casermone” o come dico io “l’ex alcova”, casa d’incontro dell’abate e della
badessa, fosse sempre piena di gente. Casalabate… la casa dell’abate. Ma – il male chiama male – e dall’interno di quel luogo, dove si sono consumate passioni e violenze, il peccato e l’odio si sono propagati all’esterno. Così quel posto è diventato una calamita per i “malandrini”, un cattivo esempio emulato dai più piccoli. Un finto riscatto sociale, basato su una ricchezza priva di morale.

Perché ha scelto come titolo “Casalabate 1492”?

Casalabate è il nome del luogo di vacanza della mia infanzia, quello delle conserve di salsa e delle barche che arrivavano di notte con grandi quantitativi di sigarette, ovviamente di contrabbando, che prontamente, seppur bambini aiutavamo a scaricare, sotto gli occhi di tutti, anche di chi avrebbe dovuto impedirlo. Il numero 1492 ricorda invece la scoperta dell’America, perché quello che racconto era noto a tutti.

Nel racconto si parla di 18 bambini, perché questo numero?

I bambini di cui parlo, figli di questo amore proibito tra l’abate e la badessa, erano tanti, io dico 18. Non è stata una scelta pensata ma casuale. Ad ogni modo, andando a ricercare successivamente, il numero 18 pare abbia diversi significati attinenti alla storia. 18 ore durò la passione di Cristo. Nella smorfia rappresenta il sangue. Infine, da un punto di vista esoterico, il numero 18 simboleggia il tradimento e
l’ignoranza. Stranamente tutto quello che, molto probabilmente, subirono quei bambini, vittime di un iniziale tradimento, quello fatto a Dio, figli dell’ignoranza e destinati a soffrire. Tuttavia, le persone più anziane raccontano che questi bambini una notte riuscirono a scappare da quella maledetta casa e si rifugiarono a Trepuzzi, dove furono accolti da alcuni pastori.

Cosa rappresenta per lei il Teatro?

Lo considero un’avventura, un viaggio introspettivo, un momento intimo che mi consente di attraversare il dolore e far emergere quel male, visto e anche un po’ vissuto che, poiché bambino, non ho ben compreso. Il tempo e la passione per la sociologia e l’antropologia mi hanno aiutato a capire meglio e metabolizzare ciò che è accaduto. Il teatro mi permette di utilizzare più codici e comunicare attraverso il corpo con la danza, la voce con il canto, il gesto con la recitazione, la parola con la narrazione, consentendomi, molto umilmente e a mio modo, di spiegare a chi mi ascolta, ed in particolar modo ai ragazzi, che quel mondo di cui parlo, fatto per lo più di eroi negativi, non va assolutamente emulato, ma al contrario, preso in giro, ridicolizzato. Io credo che se a quei bambini non fosse stata negata un’infanzia spensierata, se avessero potuto giocare a pallone, essere felici, invece di dover lavorare e
subire continui maltrattamenti proprio da quelle persone che avrebbero dovuto solo proteggerli e amarli, vittime a loro volta di violenza e coercizione, forse non sarebbe o diventati quegli adulti, quei “malandrini” pieni di rancore e di rabbia.

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