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Tourneè

immagine di copertina Silvia. Matteo. Gayan.

Silvia. Matteo. Gayan.

Visioni
di Adania Shibli

*Racconto scritto nell’ambito di Jawla Fi Salento, Diario mediterraneo tra Jonio, Adriatico e Capo di Leuca Incontri letterari realizzati a cura di Monica Ruocco per Teatro dei Luoghi/Fineterra 2017

Silvia

Il giorno che entrò in mare, lasciò crescere una delle sue unghie. 

Subito dopo smarrì le linee dei suoi passi. Sulla barca, il costante dondolio è diventato parte integrante del suo corpo, per le correzioni che si devono al movimento del mare. Veleggiando, questo movimento costante è diventato poi l’essenza della sua libertà, ciò che rimette in gioco le possibilità ad ogni deviazione della rotta e ad ogni salto di vento. 

A volte il mare si cheta e lo sciabordio della barca svanisce, a volte invece infuria e scuote la mente. Allora quando il bianco delle onde si rompe sulla fiancata e il vento strazia le sue orecchie e affoga le sue urla, lei pensa alla paura.

La cosa più spaventosa in mare è la notte. Un manto nero che avvolge il mondo, trafitto solo da piccoli aghi di luce tremolante. Se invece nuvole pesanti riempiono l’aria intorno, il nero diventa profondo come la paura, fino a che la comparsa del sole la fa evaporare. 

Con il sole appare la terra a galleggiare sulla foschia lontana. Dai confini della terra onde marroni, gialle e verdi salgono al cielo. Lo stesso vento che muove le sue vele, scuote adesso quei fianchi marroni, gialli e verdi. E lei una donna del mare è spinta dolcemente verso la baia tranquilla. 

Lei guarda l’unghia lunga del suo mignolino, è diventata rossa come i suoi capelli. Per tutte le volte che l’ha usata a grattare via i fiori di ruggine sulla sua bussola. Lei torna a vivere grattando via questo rosso dall’unghia, così i suoi continui movimenti e quelli a venire saranno conseguenza della musica piuttosto che delle onde. 

Matteo

Il costante dondolio è quello dei suoi passi mai rettilinei, per le correzioni che si pagano ad un terreno volubile. Questo movimento costante è l’essenza della sua libertà, ciò che rimette in gioco le possibilità ad ogni deviazione della rotta e ad ogni salto di vento. Lui continua a battere il tamburo fra le sue mani. All’inizio sente il mare suonare, le sartie come le corde di un violino e i fianchi della barca come la pelle di un tamburo. Poi l’acqua sparisce nel vento del nord o del sud, disegnando cosi il confine della costa. Sulla terra, un mare giallo di tabacco raccolto e di campi di grano, ricorda il sole, sotto i cui colpi la pelle dei contadini è diventata marrone, come ruggine. Ma un giorno i contadini del casale di Carignano si sono ribellati, nella terra dell’Arneo negli anni 50’, come gli  aveva insegnato a fare il corpo delle tarantateattraverso gli anni, stagione dopo stagione. Quella volta, con il movimento dei corpi dei contadini, al posto della pizzica si udirono i colpi dei proiettili, sparati dai soldati che vennero a fermarli. Quei fottuti soldati come si direbbe ad un amico. Con la sua musica, lui calmerà il rancore di chi cammina diritto, degli uomini e delle donne che lavorano duramente. Il vento che viene dal sud, essi lo malediranno per averli resi cupi e volitivi, e se verrà dal nord seccherà i loro cuori come fa con i campi d’estate. Stanchi, morsi o depressi, sotto l’effetto di questi umori diversi balleranno la sua musica, leggeri come la schiuma. Ma un’altra raccolta li aspetta e a ricordarglielo ci sono le verdi onde sui vigneti. Una volta che il sole avrà riempito i grappoli, essi saranno spediti al nord. Soltanto un po’ resterà per questi contadini, solo un pò da spremere dentro le bottiglie. Assaggiando quel vino essi si sentono per un momento dei conti o delle contesse ad un ballo, e cosi sparisce in bocca il sapore amaro delle loro vite.      

Gayan

Quando chiude i suoi occhi, sente l’acqua gorgogliare sotto di se, poi il rumore forte delle onde gli ricorda la paura. Non la sua paura, che come un legno secco non riverbera, ma quella degli uomini che il mare lo attraversano per disperazione. Come fanno a non impazzire davanti alla furia del mare, che è solo un eco degli inferi profondi che si stendono sotto di essi? L’acqua che ha portato con se è finita da tempo. Sotto i colpi del sole si è fatta nuvola, prima di riapparire lontano come veleno. Come la ruggine che si rannicchia sotto il radiatore del bagno dell’hotel, dove lui ne combatte l’espansione da piccoli puntini in ampie macchie. Lui li friziona gentilmente, con pezze asciutte ogni giorno, come fossero i suoi animali. La ruggine origina da un fenomeno di corrosione dei materiali ferrosi, favorito dall’ossigeno. L’ossidazione ha bisogno di un mezzo, come l’acqua, per avvenire. Il sale nell’acqua velocizza il processo come un catalizzatore.

Anche la luce ultravioletta del sole, contribuisce al processo, provocando lo sbiancamento del metallo. Cosi lui combatte ogni giorno con il mare, il sole e il vento. Quando finisce, come può, di frizionare le macchie di ruggine, corre nella sala da pranzo dell’hotel, per servire il cibo e il vino ai clienti. Prima della fine del suo turno, riesce, a volte, a salvare un po’ di vino per se, per far sparire il sapore amaro dei rimproveri che il capo versa generosamente sul suo animo stanco.

Questo costante dondolio è quello dei suoi passi ora non più rettilinei, per le correzioni che si pagano ad un pavimento volubile, bevendo del vino. Questo movimento è l’essenza della sua libertà, ciò che rimette in gioco le possibilità ad ogni deviazione della rotta e ad ogni salto di vento. Lui continua a pulire la sala da pranzo. 

Adania Shibli, scrittrice palestinese. Laureata in Comunicazione e Giornalismo presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, con un dottorato in media e studi culturali presso la University of East London, Adania Shibli è una delle autrici comprese nell’elenco dei giovani scrittori di lingua araba più promettenti individuati dal progetto Beirut39. In Italia sono state tradotte e pubblicate due sue opere: Sensi e Pallidi segni di quiete, che raccoglie alcuni suoi racconti.

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